Con il nuovo Decreto Bollette del governo Meloni arriva una misura destinata a far discutere. Dal 2027, i produttori di energia termoelettrica a gas riceveranno rimborsi sulle componenti legate al sistema ETS e su una parte degli oneri di trasporto del gas. In apparenza, un intervento per abbassare le bollette. Nella sostanza, un segnale preoccupante per la transizione energetica italiana.
Cos’è il sistema ETS e perché esiste
L’European Union Emission Trading System è uno degli strumenti cardine della politica climatica europea. Il principio su cui si fonda è semplice: chi emette CO₂ paga. Acquistando quote di emissione sul mercato, le aziende che producono energia da fonti fossili sostengono un costo proporzionale all’inquinamento generato. Questo meccanismo ha un duplice obiettivo: disincentivare l’uso di combustibili fossili e orientare gli investimenti verso soluzioni energetiche più pulite.
Per anni l’ETS ha rappresentato uno dei pochi strumenti concreti in grado di rendere economicamente svantaggioso produrre energia sporcando l’atmosfera. Toccarlo significa alterare gli equilibri di un mercato che stava — lentamente, ma costantemente — spingendo verso la decarbonizzazione.
Cosa prevede il Decreto Bollette
Con il DL Bollette, il governo introduce la possibilità per i produttori di energia termoelettrica a gas di ricevere rimborsi sulle componenti ETS incluse nei costi di produzione, insieme a uno sconto su parte degli oneri di trasporto del gas. La misura entrerà in vigore dal 2027.
L’obiettivo dichiarato è ridurre il costo dell’energia per i consumatori finali, alleggerendo le bollette di famiglie e imprese. Un intento comprensibile, soprattutto in un periodo in cui il caro energia ha colpito duramente il potere d’acquisto degli italiani.
Ma la domanda che vale la pena porsi è un’altra: questo è davvero il modo giusto per farlo?
Gli effetti a catena che nessuno vuole raccontare
Ridurre artificialmente i costi per chi produce energia bruciando gas non è un’operazione neutra. Ha conseguenze concrete su tutto il sistema energetico, e non tutte vanno nella direzione di un futuro più sostenibile.
Prezzi più bassi in borsa, ma non solo per i fossili. Quando il termoelettrico a gas diventa più competitivo, i prezzi scendono sull’intero mercato elettrico. Anche l’energia pulita viene trascinata verso il basso, riducendo i margini per chi ha investito in rinnovabili.
Le batterie perdono valore. I sistemi di accumulo energetico guadagnano comprando energia nelle ore di bassa domanda per rivenderla nei momenti di picco. Se il differenziale di prezzo si assottiglia, il modello di business dello storage diventa meno redditizio — e gli investimenti rallentano.
I contratti rinnovabili già firmati rischiano di diventare meno convenienti. Gli accordi di lungo termine stipulati da produttori di energia verde erano stati calibrati su determinate aspettative di prezzo. Un mercato alterato dal sussidio ai fossili può rendere quei contratti economicamente svantaggiosi, scoraggiando nuovi accordi simili in futuro.
L’energia italiana diventa più competitiva all’estero — ma i cittadini pagano comunque le emissioni. L’elettricità prodotta a costi ridotti potrà essere esportata più facilmente, avvantaggiando chi la vende. I cittadini, però, continuano a sostenere i costi legati alle emissioni attraverso le bollette e il sistema fiscale.
Le rinnovabili perdono il vantaggio competitivo guadagnato negli anni. Le centrali pulite beneficiavano di un sistema in cui i fossili pagavano il giusto prezzo per l’inquinamento prodotto. Ridurre quel costo significa ridurre anche l’incentivo a investire in eolico, fotovoltaico e altre fonti alternative.
Il nodo politico: abbassare le bollette oggi, a che prezzo domani?
Il governo presenta questa misura come una risposta concreta al problema del caro energia. Ed è vero che le bollette pesano, che le famiglie faticano, che le imprese chiedono costi energetici più bassi per restare competitive.
Ma c’è una differenza fondamentale tra abbassare le bollette investendo nell’efficienza energetica, nelle rinnovabili e nell’indipendenza dai combustibili fossili — e farlo scaricando i costi delle emissioni sul sistema collettivo, premiando chi inquina e indebolendo chi ha scelto di investire nella direzione giusta.
La prima strada è più lunga e richiede visione. La seconda dà risultati immediati, ma ipoteca il futuro.
Conclusione: una scelta che va nella direzione sbagliata
Il DL Bollette, almeno in questa sua componente, non è una misura di politica energetica lungimirante. È un intervento che antepone il consenso di breve periodo alla coerenza con gli obiettivi climatici che l’Italia ha sottoscritto a livello europeo e internazionale.
Togliere gli oneri ETS al termoelettrico non è una soluzione al problema del caro energia: è uno spostamento dei costi, dai produttori fossili al sistema nel suo complesso. E soprattutto, è un segnale sbagliato inviato al mercato in un momento in cui la transizione energetica avrebbe bisogno di accelerare, non di frenare.
La domanda che dovremmo tutti porci non è solo “quanto paghiamo di bolletta oggi”, ma “che tipo di sistema energetico vogliamo lasciare alle prossime generazioni”.

